martedì 20 novembre 2018

L'amica geniale

Elena Ferrante

Di regola sarebbe meglio non pronunciarsi riguardo ad un libro o una saga, prima ancora di aver terminato di leggere, ma oggi voglio fare un'eccezione. Eh sì, perchè la Ferrante mi ha proprio presa! Una lettura coinvolgente, appassionante, spasmodica, in biblico tra la voglia di sapere cosa c'è dopo e il timore di concludere troppo in fretta, correndo il rischio di non assaporare a dovere ogni pagina o di non avere altro - per il momento - che possa offrirmi la stessa intensa passione. 
La competenza narrativa dell'autrice - o chi per lei - la finissima abilità d'intreccio mi tengono incollata alle sue pagine dove una vicenda fatta di luoghi, volti, voci, raggiunge la bellezza di un ricamo di fine manifattura. I personaggi compaiono, poi s'eclissano, per ricomparire ancora sotto un nuovo aspetto, una metamorfosi dovuta al passare degli anni, ai diversi scenari storici e sociali che si susseguono. Ma a cambiare è anche il filtro del narratore che "cresce" insieme a loro e a opera del suo tempo vitale e della sua esperienza. 
Leggendo i vari volumi mi sembra di ritrovare lo spirito dei grandi romanzieri francesi dell'800, Flaubert, Balzac, ma anche di Manzoni, Verga. Ho sempre amato il genere del romanzo storico, quella capacità di filtrare i grandi avvenimenti storici attraverso vicende individuali, soprattutto vissute dai semplici, gli anonimi che comunque costituiscono la grande maggioranza di un popolo. 
Le protagoniste poi, Lenu' e la sua amica Lila, quasi una l'alter-ego dell'altra, vivono la loro vita e il loro rapporto quasi in un vortice in cui ognuna emula e sorpassa l'altra, impara o ricade negli stessi errori, sparisce per poi ricomparire e stravolgere la vita dell'amica-antagonista. Un magma a volte esuberante a volte sommerso, che non si spegne forse, anzi, si ravviva nel tempo, mai placato dalla distanza o dalle intemperie della vita.
Lila, l'imprevedibile, impetuosa ed eccessiva, intelligenza fuori dal comune. Questa donna porta dentro di sè un mostro (e uso questo termine nel senso etimologico, ovvero "qualcosa che deve mostrarsi") che ogni tanto scalcia, sbuffa per venire fuori. Una donna difficile, che o si odia o si ama, crudele a volte ma ricchissima di umanità.
Elena invece, la sua fatica infinita per tirarsi fuori dai bassifondi rionali in cui la sorte l'ha messa, la necessità di liberarsi dalla presenza vessatoria della madre, dalla povertà della sua casa, dalla grossolanità delal sua gente. Elena sa che ogni cosa va imparata, per costruirsi deve addestrarsi, persino per essere all'altezza degli uomini che le stanno accanto deve continuamente sfidare i propri limiti, sebbene la sua condizione "piccolo-borghese" sembri restarle sempre attaccata addosso. Quello che mi colpisce di Elena è il suo costante mettersi in discussione, rielaborare il proprio percorso, ideare dei programmi di acculturamento capaci di renderla "all'altezza". Il rischio che resta in agguato dietro l'angolo sarà la perdita della propria vera identità, ovvero la consapevolezza di non aver mai scelto davvero per sè, ma solo quello che sembrava adeguato all'idea che si era costruita di se stessa ...
Un gran bel libro (anche qui è il caso di sottolineare che tutti i volumi costituiscono un unicum inscindibile...).
Infine, che dire? Sto concludendo il terzo volume, ne rimane haimè soltanto uno. Non mi resta altro da fare che continuare...

lunedì 25 giugno 2018

Niente nessun luogo

Mariella Mehr

Niente,
nessun luogo.
C’è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.
Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
 e trafiggo il tempo
con occhi armati.
Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

Per conoscere la storia di questa poetessa zingara vittima dell’eugenetica 

martedì 27 marzo 2018

Harry Potter mon amour...

Ecco “un libro” (perché così lo si deve leggere) di cui non avrei voluto parlare. Perché? Come fai a definirlo, ad inquadrarlo in poche righe? Tanti gli aspetti che emergono dalle pagine della Rowling...tante le chiavi di lettura, gli spunti di riflessione umana e letteraria. Lo sto rileggendo tutto d’un fiato, a distanza di decenni. All’inizio l’ho ripreso per gioco, per far conoscere ai miei figli il personaggio... E’ andata a finire che me li sto divorando tutti. Non so, sarà che alla sua prima uscita leggevi un romanzo all’anno, sarà che la novità ti travolgeva, sarà che, finito di leggere il libro, vedevi subito il film, oggi invece lo sto leggendo con occhi diversi. Ovviamente non mi perdo su tutte le citazioni letterarie che l’autrice vi ha intessuto, sarebbero tantissime e c’é ormai una vastissima letteratura a proposito. Vorrei piuttosto soffermarmi su quello che oggi mi racconta il romanzo. 
Mi racconta di un mondo della scuola dove ogni insegnante viene rappresentato nelle sue caratteristiche buffe, tragiche, divertenti. La galleria è molto ampia e ricca e quasi quasi in alcuni aspetti non puoi esimerti dal confronto coi tuoi colleghi. E poi Silente, il preside che non si vede mai ma che è sempre presente. Saranno forse i poteri magici ma non è solo questo, Silente osserva, accompagna, si preoccupa dei propri docenti, della loro storia personale, al di là di pregiudizi o passati poco chiari. Vede i suoi insegnanti per quello che sono e li difende e li rispetta. Qualcosa gli sfugge, non è onnipotente, ma guarda il buono dei suoi professori e gli cammina a fianco. Adoro Silente e quanto vorrei il suo Pensatoio dove svuotare la mente per comprendere meglio i propri pensieri.
Molto forte è anche l’importanza che riveste la famiglia, i Wea
sly, numerosa ed eccentrica famiglia di maghi, molto variegata, povera ma ricca dell’amore che scorre tra i suoi componenti. E la famiglia di Harry, dove la morte non segna inevitabilmente la rottura tra i due mondi. Nei momenti più difficili  Lily e James sono lì, ad aiutare Harry, a continuare a proteggerlo da Voldemort. A proposito, Voldemort. Rifletto spesso sul fatto che nei cartoni animati odierni il male è scomparso. Anche i cattivi delle fiabe tradizionali diventano un po’ meno cattivi, quasi simpatici. E no. I bambini hanno diritto a sapere, nella maniera adeguata certamente, che il male esiste, è forte e, anche se giovani, bisogna imparare a difendersi. Voldemort esiste, uccide veramente e le lotte tra lui ed Harry sono terribili. È molto importante questo elemento. Una delle cose che mi piace di più è che spesso nei combattimenti contro Voldemort Harry non vince grazie alla magia, bensì grazie alla protezione dei suoi genitori, degli amici dei suoi genitori, dei suoi amici, Ron ed Hermione. È molto bella questa trovata. 
E infine Ron, Ermione ed Harry. Un legame indissolubile, le stesse problematiche scolastiche, sentimentali di tutti gli adolescenti ma con un compito ed una responsabilità in più, ovvero la lotta contro il male. Ci vuole il cuore puro di un ragazzo per sconfiggerlo. Non tutti i loro compagni sono innocenti, questo vuol dire che loro non sono innocenti di necessità ma per scelta, per la loro volontà. Harry Potter condivide con Voldemort più di quello che vorrebbe, stessa bacchetta, parla come lui il serpentese, stessi pensieri. C’é un legame tra loro, e questo lo disturba, quasi percependolo come una colpa. Ecco allora Silente a rassicurarlo: è la scelta di chi vogliamo essere che ci costituisce, quello che facciamo delle nostre doti ci rende buono o cattivo. La scelta è la nostra identità.
Si potrebbe continuare all’infinito ma mi fermo qui...
Ovviamente tutta la mia invidia, livore, rancore verso la Rowling che ha scritto il libro che io avrei sempre voluto scrivere!!! Au revoir!

martedì 20 febbraio 2018

Il ministero della suprema felicità 

Arundhati Roy

Sicuramente un libro che non può lasciare indifferenti. La storia raccontata ha dell’incredibile eppure è tutto verosimile. L’India e il Pakistan come realmente sono, lontano dai cliché yogici o culinari a cui siamo abituati in Occidente. 
Non credevo che esistessero realtà così crude in quei paesi eppure leggendo questo libro ci si rende conto di quanto i principi delle filosofie buddhiste siano mere fantasie. 
Nel romanzo la protagonista Anjum diventa vittima di un sistema violento contro le minoranze , in quanto è una “ hijira” ed è anche musulmana. Le violenze a cui sarà sottoposta però la renderanno ancora più forte e tenace, capace di un amore sempre più grande. Nella storia, la sua vita si intreccerà con quella di altre figure, anch’esse emarginate, violentate, fino alla creazione di un mondo surreale dove la risposta al dolore subìto diventa davvero solo l’amore.
Un romanzo difficile da leggere, che ti mette alla prova, dove le storie sono intrecciate in una maniera sapiente e inedita. La Roy dimostra anche con questo romanzo, successivo al premiato “Il dio delle piccole cose”, il suo storico impegno per la sua amata terra, le sue grandissime doti narrative e una profonda capacità di saper guardare “oltre” e più ancora “dentro”.

domenica 11 febbraio 2018

Itaca

di Konstantinos (Costantinos) Kavafis

 Quando ti metterai in viaggio per Itaca
 devi augurarti che la strada sia lunga
 fertile in avventure e in esperienze.
 I Lestrigoni o i Ciclopi
 o la furia di Nettuno non temere:
 non sara' questo il genere di incontri
 se il pensiero resta alto e un sentimento
 fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
 In Ciclopi o Lestrigoni no certo,
 ne' nell'irato Nettuno incapperai
 se non li porti dentro
 se l'anima non te li mette contro
 Devi augurarti che la strada sia lunga,
 che i mattini d'estate siano tanti
 quando nei porti – finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
 negli empori fenici indugia e acquista
 madreperle coralli ebano e ambre,
 tutta merce fina, e anche profumi
 penetranti d'ogni sorta, piu' profumi
 inebrianti che puoi,
 va in molte citta' egizie
 impara una quantita' di cose dai dotti.

 Sempre devi avere in mente Itaca –
Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.
 Soprattutto, pero', non affrettare il viaggio;
 fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
 metta piede sull'isola, tu, ricco
 dei tesori accumulati per strada
 senza aspettarti ricchezze da Itaca.
 Itaca ti ha dato il bel viaggio,
 senza di lei mai ti saresti messo
 in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

 E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra' deluso.
 Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
 gia' tu avrai capito cio' che Itaca vuole significare.

(1911 - Konstantinos Kavafis)

Una città....Londra

Oggi non scriverò di un libro bensì di una città. Per quanto caotica e “mega” in ogni senso, adoro questo luogo. Si potrebbe elogiare l’efficienza della Tube, così veloce e capillare che anche una come me, che ha studiato sì l’inglese...ma nella conversazione mi attribuisco il merito di essere una schiappa, può tranquillamente andarsene a zonzo e trovare sempre ciò che cerca. 
Quello che più mi colpisce di questa città in effetti è l’immenso patrimonio artistico e culturale che essa possiede, indice ovviamente della potenza di questa nazione nei secoli. Ma anche in Italia c’è ogni ben di Dio, si potrebbe obiettare. Sì, è assolutamente vero, però qui hai come la sensazione che le opere siano di tutti. Entrare gratis in posti come la National Gallery, trovarti di fronte a Van Gogh, Caravaggio, gli Impressionisti, poterli quasi toccare. Spostarti poi al British Museum, entrare pure lì gratis, incontrare la Stele di Rosetta, le mummie, la chimera di Persepolis. Ti senti come se stessi passeggiando dentro i libri di Storia dell’arte che hai studiato in gioventù! Sì, la sensazione è che quei tesori siano anche miei e che Londra li custodisca anche per me. 
In questi luoghi entrano ogni giorno migliaia di persone, i controlli ci sono ma non sono lunghi e snervanti. La politica museale inglese è inoltre assolutamente favorevole alla famiglia, proponendo sconti, attività, aree pic nic e armadietti gratis. Ti resta la voglia di tornare, ecco. La gentilezza del personale è indubbia, sei guidato e consigliato per una migliore fruizione possibile.
Attorno a questi gioielli certamente ruota tutto un mondo commerciale di gadget e ricordi, ma va bene, ben venga, è piacevole portarne a casa un po’ e contribuire all’economia del museo... 
Ripeto, i controlli ci sono ma quando sto lì mi accorgo che vi è una diffusa fiducia nella bontà delle persone, è come se il museo si “fidi” dei suoi ospiti piuttosto che temerli. E evidentemente questa politica ripaga. 
Ma, oltre ai musei, di questa città adoro altri aspetti. Notting Hill e Portobello Road...mi perderei tra quei negozietti e pub. I ristoranti etnici provenienti da tutto il mondo, Harrods, il Tamigi, il binario 9&3/4 di King Cross Station. Tutto mi rievoca quel mondo di fantasia che ha arricchito la mia vita, da Mary Poppins a Harry Potter, da Pomi d’ottone e Manici di scopa a Dickens, da Notting Hill (film) a Lilly e il Vagabondo fino al recentissimo adorabile Paddington...
Nella sua vastità Londra è un cosmo, rivela un ordine intrinseco che mi lascia sempre piacevolmente sorpresa.

lunedì 5 febbraio 2018

Lettere a Theo

Vincent Van Gogh


Sono stata in visita ad una mostra dal titolo “Van Gogh alive”, una di quelle proposte multimediali oggi diffuse ovunque. Suggestiva, per carità, ma se ad una mostra mancano i quadri che mostra eh!? Comunque... la cosa bella è stata che leggendo le parole dell’artista proiettate ho ritrovato nella memoria un libro che ai tempi dell’Università ho amato moltissimo, ovvero il carteggio tra Vincent e Theo Van Gogh, suo fratello. L’artista è noto a tutti, certamente, ma forse lo è meno il bellissimo rapporto intercorso tra i due fratelli, uno l’alter ego dell’altro, il confidente Theo, a cui affidare tutta la tempesta interiore che permise all’artista di realizzare le sue opere. Theo, mondano, cittadino, Vincent schivo, solitario, chiuso in una sfera magica dove visse la sua unica vera relazione ovvero quella con l’arte, col colore. La sua vita era arte, erano un tutt’uno. Lontano dai mercati, dalle accademie, visto con ritrosia dagli stessi impressionisti, la sua ricerca era tutta personale, dentro se stesso. Se pure la natura era la sua prima fonte d’ispirazione, il quadro era l’immagine della sua anima. La drammaticità febbrile del tratto, il colore così materico, plastico, lungi  dall’essere l’immagine fedele della natura, erano le stesse pieghe della sua anima. Nelle sue lettere è tangibile una sensibilità estrema che porta la percezione alle sue estreme conseguenze e le sue verità ultime non sono altro che il dolore e la vita. Dolore dell’uomo ma anche della natura. L’estraneitá dal consorzio umano, leggendo tra le righe, diventa forse, seppure dolorosa, necessaria alla creazione artistica. Anche un oggetto, una sedia, un albero, rimarcato dallo spesso bordo nero, diventano simbolo dell’uomo e del suo isolamento, simbolista senza volerlo.

E fu così che questa sua ricerca lo condusse al suicidio. Ma prima di morire, in uno dei suoi ultimi momenti di lucidità, compose il quadro per me più commovente, ovvero quello in cui viene rappresentato un ramo di mandorlo. Un quadro dipinto per il nipotino, chiamato, da Theo, Vincent, come lui. L’epilogo dei due fratelli non è forse noto, ma ancora una volta forse segno del profondo legame che li unì per tutta la vita.

lunedì 29 gennaio 2018

La masseria delle allodole

A. Arslan

"La masseria delle allodole" è un romanzo che mi insegue dal lontano 2005. Mi piacciono i romanzi in cui una "storia" particolare, singolare, un po' alla maniera manzoniana, si intreccia con la "Storia" dei grandi eventi, dei popoli, perché tramite il canale emotivo, per così dire, del coinvolgimento nella vicenda, è possibile soddisfare una necessità intellettuale che è quella di approfondire la propria conoscenza riguardo i grandi fatti storici del passato. Credo che sia il mio genere preferito. Questo romanzo ha appunto questa caratteristica. 
Risultati immagini per la masseria delle allodoleL'ho sempre tenuto lì, pronto da leggere, finché non sarebbe arrivato il momento giusto. E finalmente quel momento è arrivato e l'ho letteralmente divorato. Conoscevo solo a grandi linee alcuni aspetti del genocidio degli armeni; se n'è parlato anche ultimamente in occasione delle discussioni sulla possibilità di entrare in UE per la Turchia o meno. E' un racconto di memoria, dove chi scrive ha ricevuto in eredità, non solo narrativa ma genetica, una storia senza viverla in prima persona e, quindi, trasfigurata dai ricordi dei suoi narratori. La vicenda si svolge intorno al 1915, durante la Prima Guerra mondiale. Si racconta di come i Turchi, inseguendo il sogno della Grande Turchia, diedero vita ad uno dei genocidi più sanguinosi del 1900. Gli armeni vivevano in Anatolia in pace, nutrendo e intessendo rapporti sinceri e benevoli con turchi, greci, assiri, siriani e quant'altro, essendo anch'essa una terra di mescolanza. Tutto d'un tratto vennero però scacciati dalle loro case, uccisi, violentati e, soprattutto, lasciati morire di stenti in un viaggio a piedi fino ad Aleppo, e poi fino al deserto, dove i superstiti sarebbero stati annientati definitivamente. 
Il libro rievoca un mondo che spesso per noi occidentali è sconosciuto, mentre in realtà molti armeni vivevano in Italia, soprattutto in Veneto: a Venezia, infatti, si trovava un collegio, il Collegio di Moorat- Raphael, dove le famiglie armene più facoltose mandavano i figli a studiare. Un mondo di nomi impronunciabili, usanze, costumi, persino sapori che la scrittrice ricorda con grande ricchezza di particolari. 
Nel romanzo sono intessute le storie di chi viveva in quella terra disgraziata ma anche la nostalgia lacerante di chi era partito per non tornare mai più, tradendo la propria terra madre ed abbandonando i fratelli. I sogni di nostos (ovvero ritorno) irrealizzabili che gli espatriati nutrono inevitabilmente. 
La storia è molto ricca di eventi, in quello che sembra un racconto dell'orrore, ma anche di una profondissima umanità e fratellanza, che porterà la vicenda verso risoluzioni fantasmagoriche. 

Per saperne di più: www.unionearmeni.it

venerdì 19 gennaio 2018

"Momo"

M. Ende

Risultati immagini per momo m. endeParlare di Momo significa rispolverare un libro conservato in un tempo lontanissimo ormai (sic!), un tempo che profuma di adolescenza. E' un libro speciale per me forse proprio per la sua patina di nostalgia. L'autore è tra i miei preferiti e non solo per i ragazzi. Di storie di bambini "saggi" la letteratura di ogni popolo è piena, ma questa bambina è davvero speciale. Non si sa nulla di lei, il suo passato è avvolto nella nebbia, non ha famiglia e forse prorio grazie a vuoto che ha attorno a lei riesce ad ascoltare, accogliere, come nessun altro. Il suo silenzio è molto più eloquente di mille discorsi e tutti in paese si consigliano a vicenda:

"va' da Momo che ti passa"

Ti passa proprio! E' una terapia, e la cosa più esilarante è che la medicina è contenuta dentro noi stessi, basta solo qualcuno che ti ascolti e ti aiuti a ritrovarla... Quanta tenerezza in questo messaggio!
Il romanzo poi è costellato di immagini simboliche ricchissime di sfumature: la tartaruga, Mastro Ora, gli Uomini grigi.
Solo una bambina come lei sarà così in grado di penetrare nel cuore del Tempo. Per riuscirci ci vogliono gli occhi innocenti di una bambina, una bambina speciale, perchè capace di mettere in primo piano le persone e non le cose, donare a ognuno il segreto della felicità che, se ci si ferma un attimo, non è altro che la pazienza di ascoltare e ascoltarsi.

Fine pena: ora

Elvio Fassone


Ho letto da poco questo libretto, breve, edito da Sellerio, ma intenso come la pece. Un libretto consigliatomi da una cara persona che, in fatto di libri (e non solo) non tradisce mai. Fassone è un giudice, al quale fu affidato nel 1985 un maxi processo alla mafia catanese. Un processo nel quale gli imputati avevano compiuto delitti tra i più efferati. Una storia vera ovviamente.
 E come nella più tradizionale letteratura, guardie e ladri finiscono per nutrire nei confronti l’uno dell’altro un sentimento di reciproco odio e amore, rifiuto e ricerca. Infatti dopo la sentenza da lui stesso emessa, il giudice inizia una corrispondenza che durerà ben ventisei anni con un ragazzo ventenne che lui stesso aveva condannato all’ergastolo.
La bellezza del libro risiede in molte sue facce. Da un lato la semplicità sgrammaticata con cui Salvatore cerca di redimersi -almeno- agli occhi del suo amico di penna, il tentativo di nascondere le brutture della vita in cella, dall’altro il sentimento di questo giudice che pur essendo un fautore della Giustizia non nasconde quel senso di umanità/paternità verso quello che “sarebbe potuto essere suo figlio”, come una volta Salvatore stesso gli scrisse:

“Se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”

E il giudice si interroga sul senso della pena, di un ergastolo per un ventenne. Punizione o strada per la redenzione, maledizione od opportunitá?
Tra le pagine si racconta la vita del carcere (stiamo parlando del 41 bis), la voglia di redimersi attraverso lo studio, le attività offerte ai detenuti, ma quello che più colpisce e che addolora lo stesso  Fassone è la natura stessa del carcere -almeno quello italiano- ovvero il suo essere un girone dell’Inferno dove non esiste, se non di rado, la possibilità di reinventarsi e dove la pena è uguale per ciascuno, compresi coloro che ce la mettono tutta per meritare, dopo lunghi anni d’attesa, un premio.

Wonder

R. J. Palacio


Non so perché (o forse lo so) ma il primo libro che mi piacerebbe raccontare è Wonder. E di un "prodigio" si tratta, visto il successo riscosso. E' la rivoluzione della gentilezza:

"Coraggio. Gentilezza. Amicizia. Carattere. Queste sono le qualità che ci definiscono esseri umani e ci spingono, a volte, alla grandezza"

Già qui è tutto un programma.
Risultati immagini per wonderUn libro che, attraverso lo sguardo attento di chi vive quotidianamente quest'esperienza, parla di disabilità, di diversità. Ebbene sì, ancora nel XXI secolo, il diverso fa paura, suscita in ciascuno di noi reazioni contrastanti, indistintamente, dall'America all'oriente. Chissà perché. Nell'epoca dell'efficientismo più sfrenato, del mercato globale, dell'intelligenza artificiale, la diversità attiva ancora qualche pulsante recondito del nostro cervello rettile. Se "l'uomo è un essere sociale" (cit.) forse il diverso mette in crisi l'identità del gruppo, ci chiede di modificarne la struttura, i tempi, le modalità d'azione. Probabilmente è questo. O forse provoca in noi la paura di essere noi stessi dei diversi, prendere in mano la nostra diversità che ci allontana forse dalla normalità circostante. E questo è scomodo, è un atteggiamento critico perché può condurci alla solitudine. Invece questo libro pare proprio esorcizzare questa possibilità.
La bellezza del libro sta nel suo essere dunque un romanzo a più voci (in questo mi ricorda tanto I Malavoglia), perché la disabilità permea e modella tutto il mondo che le gira attorno. La sorella Olivia, non a caso, si sente un satellite, un pianeta di fronte a Oggie (August, per esteso, e mai nome fu più adeguato vista la metafora stellare), il protagonista affetto da sindrome di Treacher-Collins. E che dire del bellissimo rapporto coniugale dei genitori? Una coppia che non nasconde le proprie difficoltà e mancanze ma che ha scavato in profondità al solo scopo di rendere il figlio "libero". Sì, perché spesso il dramma sta proprio nella scelta tra il mantenimento di un protezionismo ad oltranza e lìaccettazione del rischio di mandare questo figlio nel mondo, a contatto con la realtà. Permettergli di affrontare da solo i propri drammi e sperimentare la propria forza. Anche se ogni mattina, di fronte a scuola, è sempre una stretta al cuore.
E nel film è resa molto bene la liberazione anche di questa mamma. Dagli abiti antichi e anonimi e i capelli raccolti, ai colori e la mitica risata che solo Julia Roberts poteva interpretare. Una donna che ha capito quando mettersi da parte, non per piangersi addosso ma per rispolverare i suoi sogni di "prima" e realizzarli. E oltre a tutto questo, l'abbraccio di un padre che accoglie quello tra madre e figlio, che non rinuncia a prendere decisioni proprie ma che accetta e si prende cura anche del lato un po' nevrotico della faccenda.
Che dire...buona lettura!