Lettere a Theo
Vincent Van Gogh

Sono stata in visita ad una mostra dal titolo “Van Gogh alive”, una di quelle proposte multimediali oggi diffuse ovunque. Suggestiva, per carità, ma se ad una mostra mancano i quadri che mostra eh!? Comunque... la cosa bella è stata che leggendo le parole dell’artista proiettate ho ritrovato nella memoria un libro che ai tempi dell’Università ho amato moltissimo, ovvero il carteggio tra Vincent e Theo Van Gogh, suo fratello. L’artista è noto a tutti, certamente, ma forse lo è meno il bellissimo rapporto intercorso tra i due fratelli, uno l’alter ego dell’altro, il confidente Theo, a cui affidare tutta la tempesta interiore che permise all’artista di realizzare le sue opere. Theo, mondano, cittadino, Vincent schivo, solitario, chiuso in una sfera magica dove visse la sua unica vera relazione ovvero quella con l’arte, col colore. La sua vita era arte, erano un tutt’uno. Lontano dai mercati, dalle accademie, visto con ritrosia dagli stessi impressionisti, la sua ricerca era tutta personale, dentro se stesso. Se pure la natura era la sua prima fonte d’ispirazione, il quadro era l’immagine della sua anima. La drammaticità febbrile del tratto, il colore così materico, plastico, lungi dall’essere l’immagine fedele della natura, erano le stesse pieghe della sua anima. Nelle sue lettere è tangibile una sensibilità estrema che porta la percezione alle sue estreme conseguenze e le sue verità ultime non sono altro che il dolore e la vita. Dolore dell’uomo ma anche della natura. L’estraneitá dal consorzio umano, leggendo tra le righe, diventa forse, seppure dolorosa, necessaria alla creazione artistica. Anche un oggetto, una sedia, un albero, rimarcato dallo spesso bordo nero, diventano simbolo dell’uomo e del suo isolamento, simbolista senza volerlo.
E fu così che questa sua ricerca lo condusse al suicidio. Ma prima di morire, in uno dei suoi ultimi momenti di lucidità, compose il quadro per me più commovente, ovvero quello in cui viene rappresentato un ramo di mandorlo. Un quadro dipinto per il nipotino, chiamato, da Theo, Vincent, come lui. L’epilogo dei due fratelli non è forse noto, ma ancora una volta forse segno del profondo legame che li unì per tutta la vita.

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